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VITTORIO PUZZO

Sempre nella mente e nel cuore

 

 

Quella che sto per raccontare è la storia di un ragazzo semplice ma di spiccato carattere, vivace e turbolento, frenetico nelle sue azioni e pieno di gioia di vivere, di conoscere, di sapere. Ma andando per gradi, dobbiamo fare un tuffo nel passato e giungere ai giorni della nostra infanzia e come ci siamo conosciuti, frequentati, accomunando le stesse passioni per il gioco, per l'avventura, per il piacere della scoperta con l'orgoglio di dire: questo l'ho fatto io.

Nei giorni dell'infanzia Vittorio Puzzo frequentava il collegio Santa Maria di Noto, allora direttore del collegio, Padre Pietro, un uomo che sembrava un colosso, alto, robusto, di un aspetto possente e con una voce assai decisa; però anche lui aveva subito una ingiustizia nella prima infanzia. Lui del nord, di una famiglia di possidenti, ancora fanciullo, ai primi moti della I guerra mondiale. Un giorno, mentre insieme a suo padre trasportavano il raccolto, forse frumento, alla loro tenuta, per strada furono assaliti dai briganti a mano armata perché volevano derubarli del loro bene; nella colluttazione che ne seguì i cavalli si imbizzarrirono ed il piccolo Pietro cadde dal carro finendo sotto le sue ruote. Una gamba subì una grave frattura che poi gli venne amputata per salvargli la vita. Perciò Padre Pietro era un rettore del collegio che si reggeva su di una gamba di legno.

Ma torniamo a Vittorio e come ebbi modo di conoscerlo. Lui era orfano di Padre, morto in guerra quando egli aveva appena tre anni e per questo motivo sua madre, la signora Cianchino, per sbarcare il lunario, dovette andare a lavorare (un lavoro dignitoso per una vedova di guerra che era madre di diversi figli, due femmine già adulte e tre maschi). Vito era il più piccolo. Lei lavorava come guardiana e portantina all'ospedale Giuseppe di Maria istanza allora in piazza F. Crispi, con l'ausilio di assistenza agli anziani. Sotto la guida di Padre Pietro Vito imparò a leggere, a scrivere e a sviluppare le sue attitudini, specie nella lavorazione del legno, come apprendista ebanista, al fine di avere un giorno un mestiere che gli desse da vivere.

A quei tempi mio padre aveva un nascente pastificio ed era pure fornitore di pasta al collegio S. Maria. Un giorno mio padre affida a mio fratello e a me il compito di andare al collegio (per inteso di istanza a Noto) con le biciclette per portare diverse qualità di pasta. Di buon mattino siamo alle porte; quando entrammo aspettammo in un androne all'aperto nel quale giocavano a palla diversi ragazzi della mia stessa età; chi stava in porta era proprio Vittorio - età tra gli undici, dodici anni, della mia stessa altezza, più magro, bruno di carnagione, capelli neri un po' ricci, sguardo vivace e malizioso. Poi noi, fatto le consegne, prendemmo la via del ritorno. Questa fu la prima volta che io vidi Vittorio senza però dargli riconoscenza.

Ora io debbo premettere che il quartiere dove sono nato è quello denominato dei Cappuccini per via delle suore dai larghi cappelli, suore vincenzine devote a S. Vincenzo de Paoli, adiacenti all'ospedale G. Di Maria. Il grande spiazzale, con autorizzazione del Comune, veniva usato come Campo Sportivo, nel quale si disputavano le partite di calcio di promozione, nei restanti giorni invece veniva utilizzato da noi ragazzi del quartiere per i nostri giochi, ma soprattutto il gioco del pallone. Non mi dilungo tanto nel descrivere quel che accadeva in questa piazza e come, al grido "Savoia", partiva una grandinata di pietre contro i prepotenti per cacciarli via ed altre cose incredibili che è meglio ovviare.

Per strano destino la madre di Vito venne ad abitare nelle adiacenze alla piazza, nella via Colombo, ma per breve tempo! Vittorio, che era in quei giorni venuto a casa per stare per breve tempo con la mamma, che ormai abitava sola, già gli mostrava una drastica intolleranza di continuare a restare in collegio, voleva essere più libero e desiderava farsi degli amici per poter giocare con loro e poi poter andare in una scuola pubblica. Alla madre tale ragionamento non dispiacque, anzi gli consigliò di fare amicizia con un ragazzo che nella piazza dei cappuccini era tenuto in conto e che era figlio di persona di sua conoscenza. Quel ragazzo ero proprio io!

Un giorno Vittorio entrò in piazza e cominciò a cercare tra quelli che giocavano a pallone il ragazzo indicato; cerca di qua e cerca di là, si avvicina proprio a me, allora quindicenne, e mi chiede: "Mi sai dire se qui tra di voi ci sta Salvatore (il mio nome) perché gli vorrei parlare!". Io gli risposi: "Si, c'é, è tra di noi che sta giocando, gioca anche tu e vedi che lo scoprirai da te!". Vito prese a giocare a pallone, ma restò nel dubbio circa la persona che egli sperava d'incontrare. Ma che cosa avvenne sul tardi, nel pomeriggio che escono dall'asilo i bimbi che le suore avevano mandato per le loro case; una di queste uscendo dal portone si avvia verso casa passando per la piazza (bimba di circa 5 anni) con in mano il suo grazioso panierino ed il grembiule addosso. Contemporaneamente Vito, non accorgendosi della bimba, sferra una pedata al pallone che come bolide va a colpire la bimba in faccia, la quale sbatte con la testa per terra e sviene. Tutti fummo attorno alla bambina che non dava nessun segno di ripresa, allora io le presi le piccole braccia e a forza presi a rotearli fino a quando la feci rinvenire (cosa che in un'altra circostanza avevo visto fare a mio padre con un esito abbastanza positivo). Quando la bimba rinvenne la alzai all'impiedi, ella ci guardò per un po' silenziosa e certo spaventata, anche noi la guardammo per carpire un segno positivo di ritorno alla normalità; ad un tratto ella si mette a piangere invocando la mamma, la rabbonimmo e poi venne accompagnata da qualcuno fino a casa.

Tutto era finito bene! Ma Vito accostandosi a me disse: "Grazie, non ho bisogno di cercare ancora Salvatore Maiolino, ora sono più che certo che quello che io cerco è proprio davanti a me! Io voglio fare amicizia con te, di quella vera, di quella cui si rimane inseparabili per sempre". E fu così che facemmo amicizia e che diventammo veramente come fratelli; da quel giorno in poi facevamo ogni cosa insieme... gioco, allenamenti, studio... E, dato che io frequentavo l'istituto d'Arte, anche lui volle iscriversi, così potevamo viaggiare insieme e studiare insieme. Cosa che avvenne alla seguente apertura delle scuole. Io ero già nel ramo della pittura, mentre lui scelse quello della scultura in legno. Poi quando ebbi compiuto sedici anni io mi iscrissi nel gruppo Scout Avola I di istanza alla parrocchia del Sacro Cuore sotto la guida del Caporiparto Calvo Giuseppe e assistente scout e titolare della parrocchia Padre Antonio Pozzo. Ma con la nostra venuta di li a qualche anno avvennero degli sconvolgimenti. Io, con il consenso del parroco, diventai il nuovo Caporiparto e Vittorio mio collaboratore; con ciò iniziò una fase nuova della nostra esistenza, dentro e fuori dell'ambito scout.

Il riparto divenne sempre più numeroso, tanto che il parroco ci concesse le stanze del famoso "cantiere", poi negli anni a venire divenuto sede del liceo Scientifico. Ma in quei giorni la nostra sede era una piccola stanzetta sita dietro la chiesa, a ridosso della sacrestia e con la faccia rivolta al cantiere. Le squadriglie erano fino a quel momento soltanto due: Squadriglia Pantere e Squadriglia Elefanti. Intanto giunge nella parrocchia il nuovo vice parroco Padre Vizzini il quale fin dall'inizio si mostrò fin troppo austero e burbero. Tutto sommato rinsaldammo i legami e potemmo iniziare un proficuo programma di attività: preparazione alle promesse, fuoco di bivacco, escursioni, eventuale campeggio. Una delle prime escursioni avvenne alla sorgente Miranda con pernottamento. Il parroco aveva dimenticato di portare la pietra Sacra che doveva servire per la S. Messa; Vittorio Puzzo si offrì spontaneamente di andare in città, alla parrocchia, per avere la Pietra e poi ritornare di nuovo al posto convenuto e tutto questo a piedi. Dato che il tempo prese a peggiorare verso il tramonto fecimo ritorno a casa.

Alcune cose però li facevamo di nostra iniziativa fuori dell'ambito dello scoutismo! Appassionati come eravamo di archeologia, iniziammo un programma di ricerche archeologiche con l'orgoglio di rendere un servizio al paese e fare onore allo scoutismo. Esplorammo buona parte dei luoghi rimarchevoli del territorio ottenendo modesti risultati. La grotta bizantina, nei pressi delle Case Romano, scavata nella roccia calcarea contiene al centro quattro pilastrini a mo' di baldacchino e nella parte centrale di esso, in basso sembra accennare una tomba. Monte d'Oro, un po' più in alto della Rocciola una antichissima ara per il culto a dèi pagani (con l'avvento del Cristianesimo, perdendo ogni importanza, venne da ignoti spaccata e buttata da parte). Un'altra ara antichissima si trova a diverse centinaia di metri in linea d'aria nella collinetta di Tangi, di massicce proporzioni, in parte fatta saltare con la dinamite da ignoti che credevano forse che ci fosse sotto la "truvatura" (tesoro nascosto). Essa venne ricavata dalla roccia ed è orientata secondo i punti cardinali. Via via esplorammo tutte le colline che fanno corona ad Avola e che costituiscono la catena dei Monti Iblei.

Poi pensammo di fare le cose ancora più in grande: dei campi di esplorazione e di recupero al Castello della "Mola" nel dicembre del 1958 e gennaio 1959 (Campo invernale - Cozzo Mola - dal 28 dicembre 1958 al 2 gennaio 1959), per cinque giorni e con il rigore dell'inverno. In questa occasione siamo tre: io, Vitt. Puzzo e Artale Armando anch'egli appassionato dell'avventura. I lavori di ricerca si protrassero per tutto il tempo ottenendo modesti risultati. Come ad esempio il ritrovamento di un pesetto di piombo o forse pendente da telaio di forma ovale con sopra una scritta: NimNiα. Finito questo campo ne progettammo un altro in un luogo molto impervio e rovinoso: I Deri di Cavagrande, sempre noi tre divenuti inseparabili.

Campo Autunnale - dal 30 settembre al 2 ottobre 1958.  Dovendo rispettare un ordine cronologico e le date di quando e come sono avvenute certe attività in cui Vittorio fosse stato presente, vivo e attivo nelle sue azioni e con lui pure Artale Armando e me compreso; faccio presente il campo autunnale eseguito alle grotte denominate "I tri pirati" o per meglio dire "I tri passi cuntati", come veniva pronunciato un tempo (una parte di quelle grotte del complesso dei Deri di Cava Grande). Partiti che fummo da Avola a piedi ci avviammo per la cavagrande anche se la partenza ci venne ostacolata dalla pioggia. Giunti che fummo a Cavagrande ci avviammo per il sentiero di mezza costa fino all'inizio del tunnel - un canale sotterraneo scavato in tempi antichissimi forse dai Siculi? - che in salita conduce alla grande grotta. E fu una faticaccia tenendo conto che portammo con noi zaini pesanti, tenda grande, attrezzature e viveri. Piantammo la tenda al campo base formato dalla grande grotta che poteva accogliere un intero gruppo. Nei giorni che seguirono rilevammo e fotografammo le cose che ci parvero abbastanza importanti: una scritta nella parete vicina a delle tombicine: ISOU POTε TIℓ, la stanza particolarissima di un sifone d'acqua scavata nella roccia e con una scala anch'essa ricavata nel calcare che scendendo conduce all'acqua sorgiva nei pressi della scritta, la grotta naturale con un androne d'ingresso scavato da mano d'uomo (percorrendola per circa 40 metri si giunge ad un sifone di raccolta delle acque sorgive che fuoriescono a mo' di ruscello disperdendosi tra le pietre - per percorrerla bisogna attraversare due strettoie, c'è molta creta, l'acqua discende gorgogliante verso l'esterno). Finiti i giorni del campo fecimo ritorno verso casa, soddisfatti delle scoperte fatte. Ma si trattava solo di una parte di tutto il complesso dei Deri.

San Giorgio Regionale - località Petracca - Aprile 1959. In questo giorno, quello del 23 aprile, si festeggia il Santo protettore con un raduno di Scout provenienti da tutte le province Siciliane. Punto convenuto: la località di Petracca. In precedenza avevamo avuto l'incarico di realizzare alcune installazioni sul posto: l'altare da campo, l'issa bandiera (mastodontica costruzione a torretta, dalla quale s'alzava il pennone)... Una nota molto favorevole che elogia la prestanza gioviale di Vittorio Puzzo fu quando eravamo tutti pronti per eseguire l'issa bandiera; la corda si era aggrovigliata per cui rimanemmo a metà cerimonia fermi senza possibilità di proseguire. Diverse centinaia di Scout con gli occhi puntati al pennone in attesa che avvenisse qualcosa!... quando all'improvviso esce dalle file Vittorio Puzzo anche lui in divisa scout e prende a salire per la torretta fino a raggiungere l'asta centrale, arrampicandosi su di essa riesce a raggiungere la bandiera (sbrogliandola) togliendo in questo modo tutti dall'increscioso impiccio. Vito venne applaudito e dai capi elogiato. Poi ci furono quelli che lo vollero conoscere meglio, avere il suo recapito, potersi scrivere fraternamente, prendendo impegno di rivedersi e rivederci al prossimo Campo Regionale Siculo nella bella località di Petracca. A questo appuntamento Vittorio Puzzo non poteva mancare e nemmeno io in qualità di Caporiparto. Era un avvenimento tanto sognato, tanto atteso che coronava un anno di lavoro e di preparazione in sede.

IV Campo Regionale Siculo - Petracca 10-22 luglio 1959. Perchè potesse avere svolgimento questo campo era necessario effettuare un pre-campo di adulti (Clan di Noto) del quale facevano parte Vittorio Puzzo, Artale Armando insieme ai netini Giuseppe Inca e D'Agata Micale. Partenza giorno 7-7-1959 per iniziare un programma di installazioni in favore di tutti gli scout in arrivo, nonchè quelli da campo come il ponte per attraversare il fiume, l'issa bandiera, l'altare da campo, la cucina del Clan con tutti i suoi servizi, le latrine per l'igiene, l'acqua potabile... Vittorio Puzzo fu instancabile lavoratore e si mise come "rover" a disposizione di tutti i reparti che lo chiamavano e avevano bisogno di aiuto, per questo venne chiamato con l'appellativo "l'amico di tutti". Le circostanze furono tante in cui egli si distinse volenteroso e pronto. Specie nei primi giorni del campo, quando si verificarono una serie di temporali estivi creando enormi disagi a tutti ed egli senza fare distinzione di sorta o campanilismi aiutò coloro che si trovarono in serie difficoltà (basta pensare all'acqua che di volta in volta allagava le tende per l'eccessività della pioggia). Ora lo vedevate nel campo degli scout del Messina, ora quelli di Trapani o del Catania senza fare distinzione; diceva che allo stesso modo erano tutti fratelli. Un giorno una cara persona a noi molto vicina nel dialogare con lui gli disse: non avete paura di andare per le montagne e le cave e rimanere fuori? La notte possono succedere tante cose brutte, se succederà qualche incidente chi verrà poi a salvarvi? Ed egli rispose: "Noi siamo preparati e sicuri del fatto nostro... e se mi succedesse qualcosa proprio a me, le rispondo subito: non c'è cosa più bella che morire da esploratore con indosso la divisa e sul cuore un giglio". E la cara persona esclamò: "che non sia mai una cosa simile!". Forse i sani principi acquisiti al collegio l'avevano indotto a pensarla così, oppure l'esuberanza, l'indole propria che lo portava a credere in quello che faceva fino a questi eccessi. Poi il campo estivo finì nel migliore dei modi e Vittorio lasciò una traccia indelebile nel cuore dei fratelli scout per l'abnegazione e spirito di altruismo che egli aveva avuto nei riguardi di tutti.

Per questa buona riuscita ci volevamo premiare con l'intraprendere un nuovo cammino: esplorare la cavagrande per il tratto che va da Petracca fino a Scala Croce (l'odierno belvedere di cavagrande. Attraversando tutto il fondo cava seguendo il corso del fiume e annotare nel nostro taccuino quanto andavamo scoprendo! Si trattava di effettuare un campo mobile per la durata di tre giorni. Partimmo alle ore 15 del 22 luglio 1959 da Petracca dopo esserci accomiatati con il caposcout provinciale Carmelo Russo il quale ci raccomanda prudenza e ci ringrazia per tutto l'aiuto che gli abbiamo dato, ci abbraccia uno per uno dicendoci ancora grazie. Commossi ci allontaniamo io, Vittorio Puzzo e Artale Armando per questa nuova avventura, non vi dico quanto erano pesanti gli zaini che portavamo; giunti in collina diamo un ultimo sguardo alla valle di Petracca e par che vedevamo ancora i fratelli scout che giocavano, che cantavano, che pregavano, tutto un sogno. L'unica testimonianza del nostro passaggio è la croce che si vedeva in alto alla rupe lasciata da tutto il nostro gruppo durante una Via Crucis, poi silenzio, interrotto solo dal canto degli uccelli. Volgemmo le spalle e proseguimmo. Per la prima volta scopriamo la valle di Rossena, che diverrà poi la sede dei nostri futuri Campi Iblei organizzati da me ogni due anni (dal 1966 al 1972) che richiamava scout e rparti di quasi tutta la provincia. Visitammo la grotta di San Giorgio con i suoi affreschi rovinati.

II tappa: la Prisa. Ci volle non poca fatica ad attraversare il bosco di felci e di rovi. Ma quando giungemmo all'imbrunire fummo ospiti del guardiano del luogo, il sig. Rametta e moglie; mangiammo insieme a loro e poi chiacchierammo per qualche mezzoretta. Egli ci narrò la disavventura di entrambi che ebbero una certa annata, quando l'alluvione (forse quella del 1951) li aveva sommersi e come riuscirono a salvarsi in tempo, prima che tutto l'edificio venisse scardinato e distrutto. Vito aveva con se delle fotografie e li mostrò al signor Rametta, con entusiasmo commentò dicendo: "vede questa fotografia illustra la grotta dei briganti e questo sono io in primo piano... e questa ricorda il giorno della mia promessa e quest'altra e poi quest'altra.... Ma ci prese il sonno!...

Giorno 24 Luglio. Dalla Prisa scendiamo per cavagrande verso la scala croce, qui le colline si intersecano e si alternano e il fiume Caciparis forma dei meandri serpentiformi; poi quando fummo in vista della costa di Maruzza (le grotte dei Deri) pensammo di essere vicini alla meta. La nostra ultima tappa si concludeva con un giro esplorativo per quelle grotte e segnare sul taccuino di marcia le nostre osservazioni, per un eventuale futuro Campo Autunnale a scopo archeologico. Ci localizzammo in un punto determinato tra le grotte del sentiero e la sorgente. Armando aveva il compito di cucinare un po' di pastina mentre io e Vito dovevamo fare un giretto tra le grotte di sopra, al ritorno avremmo cenato, riposato e poi via verso casa. Ma le cose non andarono precisamente così, in brevissimo tempo tutto si trasformò in tragedia. Dolore e disperazione distrussero la nostra pace e le nostre speranze.

Proprio quando avevamo completato la nostra ricognizione e ritornati incolumi verso la base, una massa di rovi ci impediva il passaggio per raggiungere il sentiero; che fare? La soluzione migliore fu quella di risalire per un po' le rocce per ovviare i rovi e poi scendere sul sentiero con un salto. Io feci tutto questo per primo e mi riuscì bene, poi dissi a Vittorio "fai tu lo stesso e possiamo chiudere in bellezza la giornata"; mi avviai verso la sorgente, egli fece lo stesso ma non in modo controllato, perchè scivolando all'improvviso cadde su degli alpistoch che erano lì sotto appoggiati, si perforò tra l'addome e l'inguine, col suo stesso peso il bastone era andato in profondità. Vito stramazzò in un grido di dolore, aveva gli intestini perforati. Senza perdere altro tempo, mandai Armando ad Avola in cerca di aiuto, il quale poveretto prese la via per Avola a piedi e senza che nessuno gli potesse dare aiuto. Mentre io stetti con Vito aiutandolo come potevo tamponando con cotone la ferita. Poi nell'attesa dei soccorsi piantai la canadese dentro la grotta lì vicino per ripararlo dal freddo della notte; non potevamo fare nient'altro che attendere e pregare.

Egli si doleva e nella smania piangeva e diceva: "Aiutatemi! Portatemi a casa, sento freddo. Prima di morire voglio vedere mia madre!". Gli misi delle bende fredde sullo stomaco, avrebbero fermato l'emorragia interna; mentre erano passati delle ore senza che ce ne avvedessimo. Si fece notte fonda e ancora non arrivava nessuno. Vito si spazientiva e mi chiedeva: "Perchè non viene nessuno, mi hanno abbandonato!". Poi con voce di chi si rassegna disse: "Per me è finita, che ho fatto Dio mio per meritarmi tanto? Perché tanta sventura!? Ho freddo, molto freddo, coprimi!". Presi dallo zaino una coperta e gliela misi addosso. "Va bene così?" gli dissi, "Si, grazie" rispose. Stavo per un attimo uscendo dalla tenda ma egli: "Dove vai? Non mi lasciare solo, ho paura". La sua mano cercò la mia e con le lacrime agli occhi replicò: "Mi sento di morire, aiutami! Perchè questa sventura?". Che cosa potevo fare io che dovevo nascondere le lacrime per non sconfortarlo ancor di più!? Sembrava delirare; diceva lo so che per me è finita! mio padre, che io non conobbi mai, mi chiama, lo sento! Ed io a lui: "Vito non parlare, riposa, non fare così, io ti salverò a qualunque costo"... e nel dir questo trattenevo i singhiozzi. Per un po' Vito socchiuse gli occhi e ammutolì, forse fu vinto dal sonno e dal dolore. Di tanto in tanto guardavo fuori la tenda per vedere se in quell'oscurità vedessi delle luci e sentissi delle voci, ma niente, non si vedeva nessuno, solo si udivano i rumori notturni. Poi mi accostai silenziosamente a lui ma egli riprese a dire: "Mia madre quando lo saprà morirà dal dolore". "Non temerà" gli rispondevo "tu vivrai! Stanne certo!". Il poveretto mi disse: "Vorrei che fosse vero! Ma io lo so che è la fine!". Poi vedendo che non aveva addosso la divisa, esclamò: "la mia divisa! Dov'è la mia divisa? Non mi voglio separare da essa!". Gliela misi addosso, ne baciò il giglio e poi con strana espressione di chi è consapevole del proprio destino mi disse: "Se io dovessi morire, dalla alla mia mamma; avrei voluto vederla, baciarla... ma se io non potrò, lo farai tu per me! Ah se potessi rivederla, solo questo vorrei e nulla più!"

Poi udimmo delle voci e io gli dissi: "Ascolta Vito, Senti? La salvezza è vicina, sono loro, ci sarà il dottore, egli ti salverà!". Si fece mezzanotte quando emersero dall'oscurità facce amiche: Paolo Florio, Cannarella Salvatore, Franco Accolla, accompagnati da Padre Vizzini e Armando che più non si reggeva in piedi. Io rimasi di stucco e domandai al vice parroco "Dove sono gli aiuti e il dottore?" ed egli "Siamo soltanto noi! Abbiamo le corde e i paletti per la barella, lo porteremo sù!". Non mi dilungo con dei commenti per raccontare quello che ci dicemmo e come si era arrivati a tanta leggerezza perchè secondo me ci volevano le forze dell'ordine oppure i pompieri. Approntammo la barella imbottita da una coperta, poi vi mettemmo sopra Vito anche lui coperto per non fargli sentire freddo e, data la strettezza del sentiero, io mi misi da solo avanti e due di dietro alternandosi nel trasporto. L'alzammo da terra e cominciò per tutti un calvario senza fine, perchè non si andava per i tornanti della scala croce, bensì per l'altro sentiero denominato la scala dei Porci di diversi chilometri più giù oltre la direttiva dei laghetti! Immaginarsi lo stress, la stanchezza fino all'esaurimento. Armando, che di stanchezza ne aveva tanta reggeva un lume e ci faceva strada e noi passo passo andavamo dietro a lui che di tanto in tanto vacillava o incespicava... ma non ci fu sosta per nessuno, fino a che giungemmo lassù dove ci aspettava il conducente della macchina.

Le peripezie non finirono lì. Avvennero in contemporaneità tanti fatterelli che ci sembrarono ostacoli operati dal demonio. Ma superate tutte le traversie Vittorio venne subito operato all'ospedale Trigona di Noto e passò giorni tra la vita e la morte assistito dalla mamma e dall'affetto degli amici che lo venivano a visitare. I medici avevano dato buone speranze e dicevano che aveva la fibra assai forte ed era desideroso di vivere e di guarire. Giorno 26 luglio, mi reco all'ospedale Trigona di Noto, con me ci sono pure gli scout Artale, Cannarella, Ventura, Ettore, Padre Vizzini e il Commissario degli scout Vincenzo Cassibba con i suoi Rovers. Vito è disteso sul suo lettino ed in testa ha una borsa con ghiaccio. Ci guarda e ci fa segno di sederci. Poi la mamma di lui, che lo assisteva, ci racconta dell'operazione e delle buone probabilità di cavarsela. Poi io da solo venivo a trovarlo ogni giorno ed egli gradiva tanto la mia visita. Diceva che si sentiva molto leglio quando io gli parlavo. Giorno 31 luglio io vidi Vittorio per l'ultima volta, nei giorni precedenti era peggiorata a causa di continue emorragie, per un'arteria che non era riuscita a risanarsi; le molte trasfusioni lo tennero in vita ed egli lottava tanto per restare vivo. Io lo trovai a letto molto deperito. Mi riconobbe a stento e mi disse: "Non m'importa più di niente, io so che non uscirò di qui! Non vedrò più i miei monti! Chiamatemi un sacerdote, voglio solamente confessarmi, farmi la comunione e ricevere per l'ultima volta l'estrema unzione".

All'alba del 1° agosto 1959 egli cessò di vivere. Era nato il 5-12-1940.

 

Canto per Vito

 

Era un bel giovane Scout

grande d'azioni di cuor

i suoi aggettivi eran

cavalleria e onor.

 

        In tre noi eravamo

        Iddio su noi vegliava

        e la natura aperta

        tutto ci rallegrava.

 

Mirava la natura

lodava il Creatore

ma cadde dall'altura

con grido di dolore.

 

        Gli detti la divisa

        lui la strinse al petto

        poi baciò il giglio

        in segno di rispetto.

 

Ma pianse amaramente

nel cuor la madre sua

baci lei dolcemente

come la mamma tua.

 

        Ma prima di morire

        Iddio lo premiò

        egli la mamma vide

        e un bacio le donò

                        (Maio)

 

In seguito, e precisamente nel 1969 a perenne ricordo di ciò che avvenne in quel fatidico 24-7-1959 che causò la morte di Vittorio Puzzo, il gruppo Scout Avola II in ricordo e rinnovazione della memoria pose una lapide per ricordarlo alle generazioni scout future.

"Iddio che tutto vede e sa

la speme d'ogni cuor

se ci ha riuniti un giorno qui

saprà riunirci ancor!

(dal Canto dell'Addio)

 

Trascrizione integrale delle memorie di Salvatore Maiolino

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